uomini e droga“Uomini e droga”
Autore: Miranda Martino e Pino Bianco
Editore: ILa Palma
Anno: 1991
Interviste esemplari











Perchè questo libro

Nel 1960 a New York. Ero stata scritturata in un locale famoso, il «Left Bank», dove aveva mosso i primi passi Frank Sinatra. Oltre al repertorio napoletano classico, cantavo le canzoni di Modugno e di Bindi e piacevo molto, non solo al pubblico. Piacevo al proprietario del locale, CharIes, al comedien Miky ed anche a Jimmy Gannon, il bassista dell'orchestra.
Avevo perciò un gran da fare ad evitare la corte dello scatenato terzetto. Non ci riuscii affatto e alla fine mi impegolai con Jimmy, il più carino dei tre.
Era uno strano ragazzo Jimmy. Schivo, solitario, con una specie di indifferenza al mondo che mi incuriosiva. Mi raccontò cento volte che aveva suonato nell'orchestra di Frank Sinatra, diretta dal mitico Shilly Mane. E mi disse senza tanti complimenti che cantavo dei pezzi orribili, di cui salvava solo «Arrivederci» di Bindi.
Mi accorsi presto che alternava momenti di aggressività a momenti di indifferenza e abulia. A volte rideva istericamente. Poi cominciò a chiedermi denaro. Sempre di più. A pretenderlo. E quando rifiutavo mi minacciava, mi seguiva. E passava notti intere accucciato dietro la mia porta. Non ce la feci più e lo lasciai. Anche perché non mi spiegava mai il perché di tutti quei soldi.
Solo mesi più tardi, tornata in Italia, quando ero stata già ripresa dal vortice dello spettacolo e New York era solo un bel ricordo tornai a pensare a Jimmy e mi dissi che forse quei soldi servivano alla droga. Oggi non ci sarebbe più nemmeno bisogno di pensarci su, ma a quell'epoca, all'inizio dei favolosi anni 60, la parola tossicodipendenza non si usava neppure e quello della droga rimaneva un mondo sconosciuto, soprattutto elitario e poi nell'immaginario collettivo di quegli anni la droga era legata al mito del bohémienn: un mito romantico più che drammatico.
La storia di Jimmy non mi sconvolse. Ma quel corpo accucciato per terra mi rimase nella memoria ancora per molto tempo.
Dieci, quindici anni dopo, negli anni 70, anch'io fumai uno spinello, col mio compagno ed alcuni amici, tutta gente di spettacolo. Ricordo che eravamo tutti seduti compunti e
seri, nello sguardo la complicità dei bambini che stanno per compiere una terribile marachella.
Erano anni di passioni civili, di entusiasmi, di sogni chimerici. Si parlava di tutto, della coppia aperta, dell'aborto, della contestazione giovanile. E si parlava anche del nostro mondo, degli attori disperati in cerca di scritture, della difficoltà di fare testi di autori nuovi. Parlavamo con rabbia. Volevamo il «nuovo»: una società nuova, un cinema nuovo, un teatro nuovo, una politica nuova. «Nuovo» era una parola magica, che apriva gli orizzonti dell'immaginazione e della speranza. Anche lo spinello era un modo nuovo di comunicare. Per i miei amici era un gioco, che sembrava entusiasmarli, divertirli, era il modo nuovo di essere diversi. Guardavo il mio compagno che non riusciva a muovere le
gambe e rideva: «Non ci riesco, ho i muscoli trattenuti, non si muovono, che strana sensazione, mi fa tanto ridere!»
Contagiati da quella risata, sembravamo dei bambini con la voce adulta: «Guarda F., non riesce a mettere la cenere nel portacenere!» In effetti, F. allungava la mano verso il portacenere stentatamente, al rallentatore, ma la direzione era diversa.
A. M. seduta per terra urlava: «Sto cadendo nel crepaccio, voloooo... Che bello! È magnifico!»
«Ha 140 di pulsazioni» diceva Piero, «chiamiamo il medico! »
«Ma no, 140 non è niente!» Enzo guardava la situazione senza alcuna reazione, con un sorriso ebete, ma beato.
Le droghe danno diversi effetti a seconda di chi le usa. È vero. A me, lo spinello mi prendeva alla gola, come se avessi dentro un peso, una patata, un corpo estraneo del quale volevo liberarmi al più presto, mi sentivo a disagio. Solo una volta ne ebbi un effetto euforico, un ridere convulso-molle.
Mi chiedevo il perché di quella diversità di effetti. La risposta me la do adesso: ero diversa. Appartenevo alla razza dei vip, delle porte aperte, del nome che conta. Ed ogni giorno fumavo il mio spinello-lavoro, il mio spinello-successo.
Per i miei amici, invece, che avevano il problema della sopravvivenza, delle scritture che non arrivavano mai, lo spinello era un modo di astrarsi da quel presente di incertezze.
Sono passati tanti anni. Non ho più rivisto quegli amici. Non so se la fortuna si sia accorta di loro. Non so nemmeno se anche per loro c'è stata quel1a escalation che spesso si verifica per chi comincia con l'hascisc e poi arriva il buco. Tanti anni, vent'anni. Vent'anni di illusioni, di cambiamenti, di violenze. E in quest' anni ho partecipato con il dolore dell'impotenza ma con la determinazione dei miei ideali a questi cambiamenti.
Ho prodotto dischi politici, vendendoli nelle piazze, nelle balere. Mi sono occupata di problemi sociali, come la violenza sui minori, in collaborazione con la «Charitas»; come
l'emarginazione degli anziani, visitando i loro centri e cantando per loro. Per diversi anni ho dato spettacoli gratuiti per le donne. Mi piacevano le donne che lottavano, mi piaceva la loro rabbia, il loro volersi scrollare di dosso secoli di rassegnazione. Recitavo solo per loro. Era il più bel modo di comunicare fra noi, di parlare delle nostre cose. Bellissimo ricordo. E poi andavo a cantare nelle carceri. I detenuti non sono un pubblico di serie B. Sono un pubblico come tanti, soltanto con problemi in più. E poi, se vogliamo che il carcere cambi, anche noi, gente dello spettacolo, dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo smetterla di fare discriminazioni.
La mia voglia di sentirmi utile era tale che non mi accorgevo di essere inutile. Tutto quello che facevo non serviva.
Non succedeva nulla. Passavano tante immagini davanti ai miei occhi, foto di pestaggi, di torture, occhi di bambini che mi guardavano mansueti ma spaventati. E quelle pance gonfie d'acqua. E quelle croste piene di mosche. Quei volti scavati, allucinati mi accusavano. Mi sentivo depressa, inutile. Non succedeva nulla.
E poi, c'era la droga. Perché?
La famiglia sotto accusa, la scuola sotto accusa, la società sotto accusa, lo Stato sotto accusa. Si scrivono libri, trattati scientifici, si fanno tavole rotonde, si analizza. Tutti hanno la soluzione del problema. Ma sono solo parole. Perché ci si droga?
Le risposte sono tante e tutte sensate. Droga come malattia. Droga come dissenso. Droga come noia. Droga come fragilità. Droga come vuoto da riempire. Alcuni dicono che i vuoti non devono necessariamente essere riempiti. Che si sta bene anche senza avere niente da pensare. Allora i giovani non pensano? La verità è che i giovani sono chiamati a sostenere sforzi sovrumani. La società li vuole belli, efficienti, gareggianti, crudeli, violenti.
«Che cosa ci avete lasciato in eredità dice se non l'eroina!» dice un td a Scalfari. «Credi davvero che ci droghiamo per carenza d'affetto, calore e tutte le cavolate che vai scrivendo? Lo facciamo perché ci piace, perché nessuna cosa al mondo ci dà sensazioni così forti come la droga. E voi cosa ci avete dato? Illusioni, modelli sbagliati. In chi devo credere io? Nei politici, nello sport, nella mafia, nei miti del cinema o della tv?»
Parole semplici ma chiare, che forse pesano sulla coscienza di tutti. Per questo ho deciso di scrivere questo libro.
L'idea è nata quando sono stata candidata nelle politiche dell'87. La campagna elettorale mi ha portato da Roma a Palermo e soprattutto a Napoli. Ricordo il primo comizio, proprio a Napoli. Su di un camion scassato, con un microfono gracchiante mi presentai davanti a gente diffidente e lontana. «Oggi sto tanta allerta ca' quasi quasi me mettesse a piagnere pe' sta felicità! È o vero o nun è o vero ca' so' turnata a Napule, è o vero ca sto' ccà...» Cantai con voce sommessa e poi via via più spiegata, più potente. E, potenza della musica struggente di «O paese d'o sole», quella diffidenza si sciolse e la gente si avvicinò al palchetto improvvisato, forse chiedendosi perché una cantante famosa si presentasse in una cornice così dimessa. Gliela spiegai. Il mio linguaggio era semplice e diretto, senza trucchi, non conoscevo il politichese, ero sorretta solo da una autentica voglia di dare il mio contributo ai problemi della gente, a sentire la loro voce e a dare forza alle proteste.
Di città in città, di paese in paese, di borgata in borgata, in 30 giorni ho imparato a conoscere un po' la politica, a prendere coscienza dei diritti della gente. Di paese in paese, fino a che me li sono trovati davanti: i ragazzi di Brusciano, una piccola frazione di Torre del Greco, che gode del triste primato di essere la seconda città, dopo Verona, con il più alto indice di tossicodipendenti.
Che belle facce intelligenti, che occhi ansiosi, febbrili! Mi aspettavano impazienti di raccontare la loro storia e mi accolsero cantando. Quelle voci mi colpirono come una frustata. Quelle voci rauche, di terra ospitale ma insidiosa:
« Voce che ai poveri labbri s'afferra / per dir tante cose e poi tante, / ma piena ha la bocca di terra... / Zvanì!» Tanti ragazzi che comunicavano con lo sguardo ciò che non riuscivano a dire. Tanti Jimmy, che però non chiedevano soldi ma attenzione umana e professionale. Strinsero le mie mani con violenza. Un dolore acuto, l'anello si conficcò nel dito. Quelle mani ruvide, tozze, che non conoscono biancori aristocratici, mi emozionarono.
Il cuore mi batteva forte. Capii che quel qualcosa che cercavo da quando quindicenne sognavo di diventare missionaria, l'avevo trovato in un paesino del Sud.
Spettacoli, dibattiti, conferenze davanti alla classe politica attenta, tutti hanno espresso opinioni. Il dolore delle madri: «La droga è un problema sociale, culturale, va discusso nelle scuole... Basta con i morti da overdose, date lavoro ai nostri figli, è la disoccupazione il problema da affrontare. I politici lo sanno!» È giusto mandare i marines in Bolivia a distruggere col ferro e col fuoco le piantagioni di coca? È morale dire alle madri, che hanno visto i loro figli uccisi dall'eroina, che l'eroina si potrà trovare in farmacia o addirittura al supermercato?
Mi sono buttata subito nella battaglia. È nata così l'idea di questo libro, un libro a più voci, polifonico, che raccoglie il parere di esperti, ma anche di chi esperto non è, di gente di spettacolo come me, che dispensa sorrisi per mestiere e sembra al di là delle tragedie umane, ma non lo è, e soffre per gli altri, come gli altri.
La conferma me la diede la prima intervista, in ordine di tempo, un'intervista a metà, fatta a un collega famoso in tutto il mondo, Nino Manfredi: «lo non so che dire, perché non ho mai fumato. Da bambino mi dicevano di stare attento ai veleni, me le ricordo ancora le boccette col teschio effigiato. Ecco, la droga per me è veleno. Fra poco abiteremo nelle case costruite col sangue dei nostri figli. A Mirà, nun me fà parlà. Parlano de legaIizzazione, mò dicono che ce pò esse pure il diritto de uccìdesse. Io nun vojo parlà, Mirà, scusame.»
Un telefono chiuso in faccia, per esorcizzare un male che, però, resiste agli esorcismi. Ho pensato che, se le paure erano tante, forse valeva la pena di insistere in questa inchiesta.
E così con Pino Bianco ho intervistato, oltre che i miei colleghi, anche politici, medici, scrittori, uomini di Chiesa. Ad ognuno una domanda, a volte polemica, a volte ironica, mettendo ciascuno di fronte alle obiezioni più interessanti.
C'è stato chi ha risposto col cuore, chi ha risposto sciorinondo cifre e chi ha detto semplicemente «non so». Alcuni sono stati intervistati prima dell'approvazione delle legge Jervolino, come l'on. Garavaglia, che ha espresso le sue critiche alla legge 685, promettendo battaglia in aula. Promessa puntualmente mantenuta. Alcuni hanno parlato per ore, altri ci hanno lasciato solo dei flashes. Quella di Umberto Eco non è una vera e propria intervista. È una «bustina di Minerva» (pubblicata su «L'Espresso» del 18 dicembre 1988) che l'autore ci consegnò dicendoci: «Fatene ciò che volete.» Le sue risposte alle nostre domande erano tutte lì. E l'abbiamo riproposta fedelmente, nelle parole e nei concetti.
E c'erano tanti, tanti altri che avremmo voluto intervistare. Ma non si può fare un libro con duemila interviste. Un giorno abbiamo dovuto dirci: «Basta così.»
L'ultima parte del libro è un panorama storico delle droghe, a cura di Pino Bianco. Vi sono descritti gli approcci culturali e legislativi che la società ha avuto con le varie droghe, nel corso dei secoli. E ci sono informazioni, curiosità, aneddoti. Impressionante la leggenda inca di Kjana Chyma. Ingegnosa l'organizzazione criminale di Arthur Cooper, negli USA anni venti. Incredibile la scoperta dell'astronomo olandese Huygens, nel XVII secolo. E tante altre cose.
Una ricerca durata quasi tre anni. E che ora finalmente è finita. C'è però un altro motivo alla base di questo libro. Il bisogno di scacciare un fantasma che ancora oggi porto dentro di me. Anch'io, in modo diverso, sono stata una vittima della droga, una droga legale che però è pericolosa quanto l'eroina o la cocaina, specie se poi va nelle mani di chi è privo di scrupoli. Agli inizi della mia carriera ho imparato a bere oltre che a cantare. Alla fine degli anni 60, dopo l'America, all'apice della mia popolarità, bevevo whisky senza centellinare. Una allegria fa sulla ma liberatoria, obbligatoria in un mondo dai parties quotidiani. Il «whisky on the rocks» era il mediatore delle tante banalissime conversazioni. All'alcool devo la più brutta avventura di donna e di artista. Un'avventura che ha condizionato per anni la mia vita professionale, facendo sparire il mio volto dai giornali e dagli schermi della RAI. Nel mio ambiente, storie come queste sono all'ordine del giorno. Qualcuno ne esce illeso. lo ne sono stata bruciata per anni. Ero innamorata pazza di un uomo famoso e sposato. Il mio primo e vero amore. Avevo venti due anni e una gioia di vivere dentro che mi portava a entusiasmarmi di tutto e di tutti. Non avevo malizie e sospetti. Mi fidavo ciecamente di tutti. Un giorno mi invitò a casa sua, mi offrì un whisky e poi un altro. E poi un altro... Brilla a puntino, cotta al punto giusto, gli occhi chiusi, perduti nell'amore, non mi accorsi di nulla e caddi in un torpore pesante. Quando mi svegliai, avevo nell'orecchio un suono metallico, un clic, un clic ripetuto continuo. La testa mi girava, il corpo era molle. Fuggii da quella casa e da quell'uomo. Dopo di allora il mio nome e le mie canzoni subirono una specie di black out. Trovare scritture, avere spazi in video e rapporti con i discografici diventò improvvisamente difficile. Solo dopo molto tempo, seppi che di quell'incontro erano state scattate delle foto e che quelle foto erano state viste da tutti i funzionari della RAI, oltre colleghi e impresari. Quell'incontro d'amore insozzato così! Cominciò il mio calvario, un linciaggio morale lento e inesorabile. Ero una donna segnata a dito, privata di quel diritto all'immagine che per una donna di spettacolo è una necessità professionale. Dolore, vergogna, impotenza mi hanno accompagnata per tutto il periodo della mia lunga carriera, che, nonostante tutto, è stata brillante artisticamente. Ho sofferto e soffro ancora. Non lo posso dimenticare né perdonare. Oggi l'alcool è legale e libero. Ecco, l'alcool per me è stata una forma di libertà che mi si è ritorta contro. Per questo, quando sento dire da qualcuno che libertà è anche libertà di bere o di bucarsi, io ripenso a quella storia. E penso che forse con certe libertà bisogna andarci piano, perché la libertà innanzitutto è una cosa leale. L'alcool, l'eroina, la cocaina non lo sono. Questo libro vuole essere ed è una ricerca leale di quella soluzione che non si trova. Non ho certo la pretesa di risolvere i grandi problemi, ma ho la onesta consapevolezza che ognuno di noi deve sentire il dovere di fare qualcosa. Questo libro non ha un inizio e non ha una fine, non lo si deve leggere conseguenzialmente per capire; questo libro è, spero, l'inizio di un movimento che metta fine a tutte le tristi storie che dalle droghe dipendono. Non c'è nulla da capire, non c'è da discutere o da obbiettare, c'è solo da prendere atto di quanto in esso è scritto.
Questo libro è la mia volontà di aiutare. Voglio aiutare i tossicodipendenti a ritrovare se stessi. Voglio aiutare i legislatori a trovare la strada della rinascita. Voglio aiutare me stessa a seguire quell'antica ispirazione di adolescente, a dare un senso più profondo alla mia vita di artista, non vaga, non superficiale ma proiettata interamente e consapevolmente nel tessuto sociale di oggi, come in quello di ieri. Tutto questo può sembrare presuntuoso, ma non lo è, come io non lo sono. È il risultato meditato di un problema sociale fortemente sentito, è il desiderio di dare ancora battaglia, di combattere fortemente contro ciò che è male, contro ciò che riduce la nostra esistenza ad una semplice sopravvivenza, priva di storia, senza speranze, senza ricordi. In ultima analisi, vorrei che fossimo tutti in assoluta libertà di vivere e non di morire, vorrei che tutti capissero che il diritto di uccidersi non esprime libertà, ma prigionia.

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